Una filiera del latte sempre più sostenibile: ricerca, imprese e allevatori a confronto
Grande partecipazione e interesse concreto per il convegno “Verso una filiera a basse emissioni: risultati del progetto MI.CO.IN. e opportunità per gli allevatori”, organizzato nelle scorse settimane da Inalpi SpA a Moretta. Un appuntamento che ha visto la presenza di numerosi operatori del settore, sia in sala sia collegati da remoto, a testimonianza di quanto il tema della sostenibilità ambientale sia ormai centrale per il comparto lattiero-caseario.
L’iniziativa ha rappresentato un momento di sintesi e confronto sui risultati del progetto MI.CO.IN., ma soprattutto un’occasione per ribadire la volontà di rafforzare il dialogo tra mondo produttivo e ricerca scientifica. Gli organizzatori hanno espresso l’intenzione di proseguire la collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con l’obiettivo di consolidare e validare ulteriormente i risultati ottenuti, offrendo agli allevatori strumenti tecnici affidabili e applicabili in azienda.
Le sperimentazioni hanno coinvolto direttamente il territorio: le prove sono state condotte in aziende zootecniche della cooperativa Compral Latte e presso CERZOO, l’azienda agro-zootecnica dell’Ateneo nel campus di Piacenza. Un approccio che ha permesso di integrare ricerca applicata e realtà produttiva, fornendo dati concreti su emissioni, gestione degli effluenti, fertilizzazione e performance produttive.
Dalla riduzione del metano enterico e dell’ammoniaca in stalla, alla gestione agronomica dei liquami trattati con biostimolanti, fino all’analisi del quadro emissivo nazionale della zootecnia: i risultati presentati delineano un percorso possibile verso una filiera del latte a minore impatto ambientale, capace di coniugare competitività, qualità e responsabilità climatica.
Trevisi: zootecnia ed emissioni, dati, responsabilità e azioni concrete
Quanto pesa davvero la zootecnia sul cambiamento climatico? E quali margini concreti esistono per ridurne l’impatto senza compromettere la produzione alimentare? A queste domande ha risposto il professor Erminio Trevisi, direttore del Dipartimento di Scienze animali, degli alimenti e della nutrizione (DIANA) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente del CERZOO, in un intervento dedicato alle emissioni di gas serra e ammoniaca negli allevamenti.
Innanzitutto, una precisazione generale: non tutti i gas serra hanno lo stesso potenziale climalterante. Il Global Warming Potential (GWP) misura la capacità di un gas di trattenere calore in atmosfera rispetto alla CO₂. Il metano (CH₄) e il protossido di azoto (N₂O) hanno un impatto molto più elevato: in particolare l’N₂O presenta un GWP pari a 273 volte quello della CO₂ su un orizzonte di 100 anni.
A livello globale, le stime sull’incidenza dell’agricoltura variano. Secondo i dati 2019 dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change, 2019) il settore vale tra il 25 e il 30% delle emissioni complessive se si considera anche il cambio di uso del suolo; FAOSTAT (2023) stima il 12% per la sola agricoltura, che sale al 29% includendo l’intero sistema agroalimentare. In Italia, i dati ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2025 indicano che l’agricoltura rappresenta il 7,4% delle emissioni nazionali di gas serra, di cui circa il 76% attribuibile alla zootecnia (5,6% del totale nazionale). La quota maggiore delle emissioni è a carico del settore energetico (oltre il 70%).
I gas climateranti
Il metano è il principale gas serra di origine agricola: in Italia il 69% delle emissioni agricole di CH₄ deriva dalla fermentazione enterica dei ruminanti e il 23% dalla gestione dei liquami. Una vacca in lattazione può emettere in media oltre 300 grammi di metano al giorno, prodotto durante la fermentazione ruminale. A livello nazionale, le emissioni di metano risultano in calo rispetto al 1990 (–17,9%), anche per effetto della riduzione del numero di capi e del recupero energetico tramite biogas.
Diverso il caso del protossido di azoto, la cui principale fonte è il suolo agricolo. In Italia l’82% delle emissioni agricole di N₂O è legato alle coltivazioni e solo il 18% direttamente alla zootecnia. Nei sistemi da latte, la maggior parte delle emissioni deriva dalla gestione del letame e dallo spandimento sui terreni. Studi citati nella relazione mostrano come una razionalizzazione della fertilizzazione azotata e l’introduzione di colture di copertura possano ridurre sensibilmente le emissioni complessive.
Il problema del particolato
Accanto ai gas serra, un ruolo cruciale è svolto dall’ammoniaca (NH₃), che non è climalterante ma contribuisce alla formazione del particolato fine (PM10 e PM2.5) attraverso la formazione di nitrato e solfato d’ammonio. In Italia l’83% delle emissioni di NH₃ è riconducibile ad allevamenti e gestione delle deiezioni. Tuttavia, i dati ufficiali mostrano un calo significativo tra il 1990 e il 2021. Le emissioni agricole di ammoniaca sono diminuite di circa il 26%, in linea con gli obiettivi europei. Va inoltre ricordato che il particolato secondario deriva dalla combinazione di ammoniaca con ossidi di azoto e zolfo provenienti da traffico e combustioni: una pluralità di fonti, non una responsabilità esclusiva dell’agricoltura. Tuttavia, qui serve uno sforzo maggiore della ricerca e un’applicazione rapida delle soluzioni che si verificano efficaci, come ad esempio la copertura dei vasconi di liquame.
Si può fare molto per migliorare
Il quadro che emerge è complesso e richiede un approccio basato sui dati. L’Unione Europea, con il Green Deal, punta a riduzioni ambiziose delle emissioni entro il 2030 e la neutralità climatica al 2050. Secondo l’IPCC, la riduzione delle emissioni agricole – in particolare di metano – può avere effetti rilevanti nel breve periodo sulla temperatura globale.
La strada indicata è quella dell’innovazione e della collaborazione lungo tutta la filiera agro-zootecnica: miglioramento dell’efficienza alimentare, gestione più razionale degli effluenti, recupero energetico, tecniche di distribuzione a basse emissioni. Non si tratta solo di ridurre, ma di produrre meglio. La sfida è coniugare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e competitività economica, evitando semplificazioni e affidandosi a un’analisi scientifica rigorosa del fenomeno.
Bani: nuove strategie per ridurre metano e ammoniaca
La ricerca presentata dal dottor Paolo Bani, ricercatore presso il DIANA, ha valutato l’efficacia di due additivi – Microrganismi Effettivi e prodotti della linea SOP® – nel contenere le emissioni di ammoniaca e metano, intervenendo sia sulle deiezioni sia direttamente sull’alimentazione delle bovine in lattazione.
La prima fase sperimentale, durata 90 giorni, ha analizzato in vitro le emissioni provenienti da feci e urine di vacche in lattazione. I risultati hanno evidenziato come, nel tempo, circa la metà dell’azoto totale delle deiezioni venga persa, in gran parte per volatilizzazione sotto forma di ammoniaca. L’urea tende quasi a scomparire, trasformandosi in ammoniaca, con conseguente incremento delle emissioni. L’impiego degli additivi ha mostrato effetti differenziati: in particolare il trattamento SOP® ha evidenziato una riduzione significativa delle emissioni cumulate di ammoniaca rispetto al controllo in diverse fasi della prova. Anche per il metano si sono osservate variazioni tra i trattamenti, con riduzioni più marcate in specifici intervalli temporali.
La seconda fase ha trasferito la sperimentazione in condizioni reali di allevamento. In due aziende per ciascuna tesi, per un periodo di quattro mesi, gli additivi sono stati integrati nelle diete unifeed delle bovine e sono state monitorate le concentrazioni di ammoniaca, metano e protossido di azoto nell’aria di stalla. Le condizioni climatiche tra le aziende sono risultate comparabili, consentendo un confronto attendibile. Anche in stalla si sono rilevate differenze nelle concentrazioni dei gas climalteranti tra gruppi trattati e controllo.
Fondamentale, tuttavia, è che la sostenibilità ambientale non comprometta le performance produttive. I dati raccolti – produzione di latte, contenuto in grasso e proteine, cellule somatiche e altri parametri qualitativi – mostrano valori sostanzialmente in linea tra i gruppi, con alcune variazioni ma senza penalizzazioni produttive evidenti. In alcuni casi si osservano persino lievi miglioramenti di specifici parametri qualitativi.
Lo studio conferma quindi la fattibilità tecnica di interventi mirati per mitigare le emissioni negli allevamenti da latte, intervenendo sia sulla nutrizione animale, sia sulla gestione delle deiezioni.
Tabaglio: liquami trattati e mais
Migliorare l’efficacia agronomica dei liquami zootecnici, riducendone al contempo le criticità ambientali, è una delle sfide più attuali per l’azienda agro-zootecnica sostenibile. A questo obiettivo ha guardato la ricerca “Effetto di liquami trattati con biostimolanti sulla produzione di mais e sui parametri fisico-chimici del suolo”, commissionata da INALPI e presentata nel seminario di Moretta dal professor Vincenzo Tabaglio, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Lo studio – condotto presso l’azienda sperimentale CERZOO da un team di ricercatori di Agronomia del Dipartimento di produzioni vegetali sostenibili dell’Università Cattolica (DIPROVES) – ha utilizzato liquame bovino trattato con additivi, a confronto con l’urea, per la concimazione del mais. L’utilizzo del liquame tal quale, infatti, è associato a problematiche note: volatilizzazione dell’azoto ammoniacale, emissioni di gas serra, rischio di perdita di nutrienti verso le falde e scarsa sincronia tra disponibilità dell’azoto e fabbisogni della coltura.
Da qui, la scelta di testare due additivi innovativi: Microrganismi Effettivi® (consorzio di batteri lattici, lieviti e altri ceppi benefici) e SOP Lagoon®, formulato per ridurre emissioni e favorire la conversione dell’azoto in forme più assimilabili, entrambi addizionati al liquame tal quale.
La sperimentazione, condotta in vaso all’aperto su mais ibrido P1096 (FAO 500), ha confrontato - in disegno a blocchi randomizzati con sei repliche, cinque tesi di concimazione: a) controllo non concimato, b) urea 46%, c) liquame tal quale, d) liquame trattato con Microrganismi Effettivi, e) liquame trattato con SOP Lagoon. L’apporto totale di azoto è stato di circa 220 kg per ettaro per tutte le tesi ad esclusione del controllo.
Sul fronte del suolo, le tesi con liquame – trattato o meno – hanno mostrato incrementi significativi di azoto totale, fosforo assimilabile e potassio scambiabile rispetto al controllo e, in parte, alla concimazione minerale. La disponibilità dell’azoto nitrico è risultata più graduale nei trattamenti organici rispetto alla tesi minerale, caratterizzata da pronta disponibilità, ma più esposta a potenziali perdite per dilavamento.
Per quanto riguarda il mais, dal punto di vista fisiologico l’unico parametro fotosintetico con differenze statisticamente significative è stato lo SPAD, indice del contenuto di clorofilla e quindi dello stato nutrizionale azotato. In alcune fasi fenologiche, in particolare allo stadio V6, il liquame trattato con Microrganismi Effettivi ha evidenziato leggermente più alti, suggerendo una buona sincronia tra mineralizzazione e assorbimento dell’azoto. Tuttavia, nelle fasi successive, le differenze si sono scambiate fra le tesi o addirittura annullate.
Per quanto riguarda la resa in trinciato, non si sono osservate differenze significative tra le diverse tesi. Tutti i trattamenti fertilizzanti, minerali e organici, hanno aumentato in modo significativo l’accumulo e l’asportazione di azoto rispetto al controllo non concimato. L’efficienza di utilizzazione dell’azoto (NUE) è risultata più elevata nella tesi minerale, pur senza differenze statistiche rispetto alle altre concimazioni. Queste prime esperienze suggeriscono che occorrerà monitorare per più stagioni il comportamento dei liquami trattati ed affiancando prove in campo. Lo scopo principale, infatti, è quello di prevedere la dinamica di rilascio dell’azoto per aumentarne l’efficienza di utilizzazione da parte delle piante.
Nel complesso, la prova conferma che il liquame bovino, anche quando trattato con quegli additivi, rappresenta una valida alternativa agronomica alla concimazione minerale, capace di sostenere le rese e migliorare alcuni parametri del suolo. La chiave, però, resta la corretta gestione della tempistica di applicazione, per garantire la migliore sincronia tra rilascio dell’azoto e fabbisogni della coltura, in un’ottica di efficienza e sostenibilità.